Un po' di storia

Rudolf Virchow (1821-1902) affermò, in un memorabile Congresso Medico Internazionale tenuto a Roma nel 1902: «Non vi sono malattie generali, ma solo malattie degli organi e malattie delle cellule».

Questa affermazione sintetizza la considerazione meccanicista dell’organismo umano come somma di cellule, tessuti e sistemi organici e la malattia come conseguenza di una alterazione dovuta a una causa rilevata analiticamente, per cui diagnosi e terapia sono riportate a principi localistici. Questo è il fondamento della medicina occidentale, il punto di vista medico mondiale dal XV secolo che domina ancora oggi. Nella seconda metà del XVIII si documentano i primi grandi trionfi della batteriologia dove i batteri vennero considerati capaci di provocare l’insorgenza di malattie, ciò fece sperare nell’avvento di una terapia razionale e di sicuro successo: la terapia eziologica, destinata a togliere le cause immediate e quindi a portare la guarigione dei processi morbosi, alla base dei quali vi è la concezione causalistica dei fenomeni patologici. Con il passare degli anni lo sviluppo delle tecnologie e dei metodi diagnostici apportano notevoli miglioramenti, tuttavia si è sempre avvertita una crisi spirituale della medicina; la specializzazione conduce a spersonalizzazione e inaridimento spirituale di quest’ultima, ma fornisce la possibilità di diagnosticare precocemente e con maggiore precisione del passato con indubbio vantaggio.

A questa terapia causale, che produce nel tempo evidenti successi (come antibiotici e vaccini), si contrappone la rivalutazione di vecchi metodi empirici, un tempo derisi e boriosamente banditi dalla scienza ufficiale, oggi in pieno fermento. Già dai primi anni del secolo scorso si sostiene che la concezione localistica e causale, cioè il metodo analitico, deduttivo, dominante dal XVIII secolo, ma anche le specializzazioni (conseguenza dello sviluppo delle tecniche diagnostiche), la razionalizzazione, la rappresentazione meccanicista del corpo, hanno fatto perdere di vista la visione globale del corpo inteso come organismo somatopsichico.

Il pericolo nonché le gravi difficoltà di voler rinchiudere in un quadro complessivo le tendenze del pensiero scientifico e di volerne indicare l’orientamento furono stati già avvertiti da un autorevole studioso di storia della medicina, Arturo Castiglioni (1874-1953), il quale fece notare che varie e spesso contrarie furono le correnti che dominarono l’evoluzione della medicina e che dall’incontro di queste tendenze fu determinato il progresso.